Sì, quella con le forbici sono io.
Mi chiamo Giorgia.
E quella che vedi è proprio me, nel bel mezzo di un’esperienza molto concreta di ciò che significa lasciare andare.
Sono nata nel ’91 e ho scelto Psicologia prima di tutto per passione.
Ma anche perché avevo un sacco di domande su di me.
Quando mi sono laureata avevo acquisito una cultura psicologica importante.
Le risposte che cercavo, però, non erano ancora arrivate.
Spoiler: oggi penso che sia stata una fortuna.
Perché se mi fossi fermata lì, guardando indietro, so che mi sarei persa una parte enorme della libertà e dell’indipendenza che stavo cercando.
Così ho continuato.
Ho passato più di metà della mia vita a fare, in un certo senso, da cavia a me stessa: nella mente, nelle emozioni, nel corpo, nelle relazioni, nell’esperienza.
Senza fare troppi sconti né alla mia testa né al mio corpo.
Ed è lì che ho cominciato a capire una cosa.
Capire non basta.
È una frase che ritorna continuamente nel mio lavoro: la teoria deve entrare nella vita, e la vita deve poter mettere alla prova la teoria. La direzione, per me, rimane sempre la stessa: più libertà, più indipendenza, più forza.
È da qui che nasce Psicologia Selvatica.
Non da un rifiuto della psicologia che ho studiato.
Ma dalla necessità di portarla fuori dal solo spazio della comprensione e dentro qualcosa che potesse essere vissuto.
Io lo dico così:
«Il mio modo di farti comprendere la psicologia è attraverso l’esperienza.»
E il mio lavoro oggi si regge su tre passaggi.
1. Il contesto
Cambiare contesto cambia quello che può emergere.
Quando esci, anche solo un po’, dai tuoi automatismi, dalle abitudini e dai luoghi nei quali sai già perfettamente come comportarti, possono apparire cose che nella quotidianità rimangono nascoste.
Non ho bisogno di forzarle.
Io prima osservo.
Ho fiducia che emerga quello che deve emergere.
Per questo creo esperienze, gruppi, viaggi e contesti vivi nei quali tu possa sentirti accolto, sufficientemente al sicuro e libero di essere te stesso.
E a quel punto succede qualcosa di interessante:
ciò che emerge spontaneamente diventa finalmente qualcosa che possiamo vedere.
Nelle esperienze di gruppo, poi, anche le altre persone entrano nel processo. Le ho chiamate spesso “enzimi”: non sono pubblico, ma stimoli reali, specchi, catalizzatori capaci di far manifestare qualcosa che in un rapporto uno a uno potrebbe non comparire nello stesso modo.
2. Il corpo
Perché non tutto si capisce parlando.
Ci sono cose che prima devono essere sentite.
Nel corpo.
Nella paura.
Nel disagio.
Nella vulnerabilità.
Il corpo, per me, non è qualcosa di cui parlare soltanto dopo: è uno dei luoghi nei quali l’esperienza accade.
E io dentro quell’esperienza ci entro davvero.
Mi coinvolgo.
Non ti guardo da una teca di vetro.
Ma c’è un secondo momento altrettanto importante: dopo essermi coinvolta, recupero distanza. Osservo. E insieme possiamo provare a dare forma, senso e parole a ciò che è successo. È esattamente il movimento che descrivo quando dico: «Io mi coinvolgo tantissimo. Ma poi riesco a distaccarmene e poterlo parlare».
E perché questo possa avvenire, c’è una cosa sulla quale non tratto:
il contesto deve essere custodito.
Presenza.
Rispetto.
Ascolto.
Sincerità.
Schiettezza.
Sicurezza.
Non creo un contenitore vuoto: proteggo i valori dentro i quali l’esperienza può accadere.
3. La comprensione
Poi arriva il momento di fermarsi.
«Che è successo?»
Questa, forse, è una delle domande più importanti del mio lavoro.
Perché vivere qualcosa senza comprenderla può diventare soltanto uno sfogo o un’esperienza intensa.
Io voglio fare il passo successivo:
sentire → attraversare → fermarsi → comprendere.
È qui che ciò che hai vissuto può diventare consapevolezza.
Ed è qui che entrano anche le mie Classi, i percorsi di gruppo e il lavoro One to One: spazi nei quali possiamo scendere dentro le dinamiche che si sono manifestate, riconoscerne gli inneschi, comprenderle e provare a portare quella conoscenza nella tua vita reale.
Perché il mio obiettivo non è tenerti con me.
Una delle frasi che dico più chiaramente è:
«Il mio obiettivo è mandarti nell’indipendenza.»
Alla fine, per me Psicologia Selvatica è questo:
vivere qualcosa di vero,
vedere cosa emerge,
fermarsi a guardarlo,
comprenderlo,
e usarlo per diventare un po’ più liberi.